Biografia Raffaele Canepa

Sono stato introdotto alla fotografia analogica da mio padre, quando ero un bambino, e da allora ho sempre giocato – più o meno seriamente – con le macchine fotografiche.

Nel 1993 da Genova – dove sono nato nel 1974 – mi sono trasferito a Milano, per frequentare la facoltà di economia; poco tempo dopo il mio arrivo in città sono stato coinvolto nel primo lavoro sul set di uno spot pubblicitario e alla fine del secondo anno accademico ho lasciato gli studi di economia per perseguire una carriera nella produzione audiovisiva.

Per circa 20 anni ho lavorato come produttore esecutivo e come regista su numerosi documentari, spot pubblicitari e programmi televisivi; in questo arco di tempo la fotografia mi ha accompagnato come uno strumento per raccogliere appunti visivi.

Circa 10 anni fa ho iniziato a lavorare come fotografo professionista sui campi da golf, sia per eventi sportivi che per fotografia di paesaggio e proprio in questi scenari naturali ho iniziato ad esplorare il regno dell’infrarosso e della luce invisibile.

 

Oltre 720nm

Fotografare l’invisibile

720 nanometri (milionesimi di millimetro) è generalmente considerato il limite oltre il quale la luce visibile sconfina nell’infrarosso e diventa invisibile ai nostri occhi.

I sensori digitali hanno uno spettro sensibile più ampio rispetto all’occhio umano e riescono a “leggere” lunghezze d’onda fino a 1.200nm, ben oltre i nostri limiti biologici.

Utilizzando macchine fotografiche appositamente modificate e filtri che escludono completamente la porzione visibile della luce vado ad esplorare oltre i limiti della visione umana, in quella parte di spettro luminoso dove la nozione di colore perde ogni significato e la luminosità è molto diversa da quello che abitualmente percepiamo.

Tecnicamente, ciò che mostrano le mie fotografie, è invisibile a occhio nudo.

Il tratto più caratteristico della fotografia ad infrarosso è il bianco di cui risplende la vegetazione, contrapposto a cieli scuri e dai forti contrasti (per via del modo con cui riflettono e assorbono l’infrarosso).

La luce infrarossa, invisibile ai nostri occhi, viene elaborata in una immagine che siamo in grado di vedere, in cui colore e luminosità sono fortemente alterate. la combinazione di diverse tecniche di scatto e di postproduzione porta a risultati molto differenti: non esiste un percorso definito da seguire, ed ogni scatto porta con sè una buona dose di sperimentazione.

Partendo dalla mia esperienza personale, voglio raccontare quali sono le caratteristiche della fotografia ad infrarosso e come per me, da un gioco sperimentale, è diventata il cuore della mia produzione fotografica, in un lavoro di ricerca che è partito dagli scenari naturali per spostarsi successivamente sulla fotografia di architettura e sul ritratto.

 

Infrarosso: fotografare l’invisibile


Perché fare fotografia all’infrarosso?

Mi piace l’idea di fotografare qualcosa che non è esattamente quello che vedo; mi piace il fatto che dopo aver scattato ci sia ancora una grossa parte di lavoro da fare in postproduzione, dove l’idea abbozzata al momento dello scatto prende forma definitivamente; mi piace tutto l’aspetto manuale del lavoro di modifica delle macchine fotografiche per convertirle per la fotografia ad infrarosso.

Tutto è nato dalla curiosità e dall’affetto per il mio primo corpo macchina digitale che non volevo abbandonare in un cassetto: quando ho scoperto che il sensore digitale risponde molto bene alla luce infrarossa, ho convertito la mia vecchia Nikon D100 e ho iniziato a sperimentare con la luce invisibile.

La caratteristica più evidente della fotografia ad infrarosso è l’intensa luminosità della vegetazione contrapposta a cieli e specchi d’acqua scuri e contrastati.
Il mio lavoro “in luce visibile” sui campi da golf mi ha permesso di frequentare abitualmente scenari naturali che si prestano molto bene alla sperimentazione; nello stesso contesto ho avuto l’occasione di fotografare automobili in esposizione e di iniziare a sperimentare con l’infrarosso su materiali come vetro e metallo: da qui è nato il progetto MILANO>720nm, una serie di circa 30 fotografie (in 3 anni di lavoro e oltre 7000 scatti) delle architetture di Milano, in cui gli elementi naturali fanno da contorno e non sono necessariamente presenti.
A luglio del 2018 ho realizzato la prima sessione di scatti dello stesso progetto replicato su Roma.

Dopo 5 anni di ricerca e sperimentazione ho – nell’ultimo anno – iniziato a lavorare sul ritratto all’infrarosso, che ha una resa molto particolare per via del modo in cui la luce infrarossa viene riflessa dalla pelle e sembra uscire dal viso. In questo caso ho iniziato a lavorare con fonti di luce artificiale che sono a loro volta grande terreno di sperimentazione, in quanto l’emissione luminosa che vediamo a occhio nudo difficilmente corrisponde a quella delle lunghezze infrarosse.

È proprio questo aspetto sperimentale della fotografia ad infrarosso che mi entusiasma: un lavoro di ricerca continuo che mi riserva sempre la sorpresa (a volte amara) di vedere quello che non riesco a vedere.