Natino Chirico

Natino Chirico

Artista a tutto tondo e in ricerca continua, Natino Chirico si segnala giovanissimo per talento e temperamento, nonché per il precoce avvio dell’attività espositiva con mostre collettive e personali. Dopo il liceo artistico a Reggio Calabria completa gli studi a Milano, all’Accademia di Belle Arti di Brera, e poi a Roma. Di solida formazione figurativa, ma curioso e attento a recepire ogni stimolo culturale, fa sua la lezione dell’informale di matrice napoletana così come quella espressionista, le suggestioni dell’iperrealismo, la ricerca sui materiali e le contaminazioni tra arti diverse. Raffinato disegnatore e ricercato ritrattista, nella sua pittura emerge prepotente la forza del colore. A partire dagli anni ’90 il cinema è il tema preferito: ai suoi grandi protagonisti –Totò, De Filippo, Magnani, Fellini, Chaplin- dedica numerose mostre. Nella sua produzione più recente sono presenti anche opere che utilizzano il metacrilato, da solo o abbinato alla pittura a olio e a materiali diversi, in una felice sintesi di pittura e scultura. Complessivamente dal ’71 ad oggi Natino Chirico partecipa a più di 110 mostre, di cui 70 personali. Espone nelle principali città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino, Venezia, Reggio Calabria, Catania, Cosenza, Perugia, Todi) e all’estero (Parigi, Varsavia, Bruxelles, Berlino, New York, San Francisco e Mosca). Molte anche le partecipazioni a concorsi e premi, nonché i riconoscimenti in campo nazionale e internazionale. Opere del Maestro sono presenti in numerosi musei, collezioni private e sedi istituzionali.
www.natinochirico.com

Il prossimo ritorno di Charlot

L’avvento del colore non ha aggiunto granché al fotogramma e al cinema.
Neanche il supplemento del sonoro, anzi ha tolto l’immaginazione della voce. Sentire all’improvviso quella di Chaplin è stato uno svestimento, l’impatto con una nudità. Charlot muove labbra da muto, i sottotitoli sono un telegramma appena, parla invece col corpo. Pochi i primi piani, di lui serve la figura intera, l’angolo del suo corpo con l’asse terrestre. Si muove dentro un fascio di luce che l’avvolge e non rilascia ombra, ne esce solo col “fondu”, il cerchio nero si stringe sui suoi passi verso l’orizzonte. Per lui la via è maestra. E’ vagabondo, un ebreo, un emigrante, uno zingaro senza carro e famiglia, di nessuna patria, senza portafoglio e documenti. E’ il clandestino, che ammettiamo al cinema e calpestiamo fuori. E’ portatore dell’esperienza fisica più antica della specie umana, quella della fame. Chi la sa per sentito dire, non può immaginare l’energia desolata che affiora agli occhi di Charlot. Chi sa la fame per sentito dire, scambia per malinconia lo sguardo di chi sta al di là del vetro di una panetteria. Charlot si mette addosso il 1900. Ha i panni del secolo delle emigrazioni, dei massimi contrasti, delle lotte sociali che toglievano il singolo dall’isolamento e lo scaraventavano nell’acceleratore di particelle del 1900, dentro le gigantesche collisioni di un’epoca centrifuga. Lui resta senza ranghi, uno che non può essere iscritto. Charlot, schiva, evade, ha sviluppato l’arte della fuga, è un atleta da fabbrica e da circo. Il biancoenero calza su di lui, come il secolo stesso alla sua faccia. Di nessun altro tempo né scacchiera poteva essere pedone, con le sue scarpe a vanvera. Oggi dei giovanotti di buona famiglia, trovandolo di notte a dormire sopra una panchina, gli darebbero fuoco o bastonate. Senza motivo? Anzi, per quello sempreverde dell’impunità.

Natino Chirico venera e rispetta: umiltà di premessa a ogni resa in campo artistico. Senza quinta, qui Charlot è scontornato dal mondo. Qui manca l’ombra, lui come i fantasmi non ne porta. Qui ci sta il bianco della carta e il nero dell’inchiostro dei suoi panni, perché lui è la scrittura sghemba a stampatello del 1900. Qui se ne sta all’asciutto della raffigurazione, nel limbo che gli spetta, nella sala d’attesa della reincarnazione. Prima o poi s’infilerà in un altro marmocchio, in un altro moccioso di strada, addestrato ai guizzi. Trafelato, correrà di nuovo a piùnonposso inseguito da sbirri e da altri guappi. Ma qui rigoverna il fiato, qui sta dentro lo spogliatoio in attesa di essere rispeditoin campo. Natino Chirico qui gli restaura il corpo, lo tiene in forma per il suo ritorno in carne e ossa, non nelle sembianze di qualche suo erede, che non ne ha lasciati. Si dice che una volta per gioco volle partecipare ad un concorso per imitatori di Charlot, piazzandosi terzo. Era irripetibile perfino a se stesso. Ma di sicuro in quell’occasione rinunciò a esibire il suo sorriso imbarazzato e stretto nelle spalle: sarebbe stato uguale a denunciarsi. Nei viaggi da autista di convogli nella guerra di Bosnia degli anni ’90 si passava per Chaplina, una cittadina lungo il corso del fiume Neretva. Dentro i vagoni fermi di una stazione morta stavano accampati i profughi di una delle tante espulsioni. Lasciavamo dei viveri. Guardavo le facce cercando Chaplin/Charlot tra quelle di Chaplina. Quelle dei bambini facevano a gara a dimostrare: eccomi, sono io. Immaginavo di mettere in pugno a uno di loro lo scettro di una canna di bambù e per corona la bombetta santa. A Chaplina volevo per antidoto alla guerra nominare il ritorno di Charlot. Invece fuori sacco avevo solo caramelle. Aspetto che ritorni, che dal fondo di una generazione nuova rispunti l’andatura a piedi piatti, l’eleganza di un abito stracciato, indomito come il cavalluccio di Chisciotte. Aspetto che si stacchi dal muro uno degli Charlot di Natino Chirico e ricominci il film.
Erri De Luca