Street View, Invito

Street View, Invito

Street View
inaugurazione 5 novembre h 18.30
5 – 29 novembre 2014

Partecipano:
Andrea Marcoccia
Gian Paolo Rabito

a cura di Alessandro Trabucco

orario di apertura:
lunedì-venerdì h 15.30-19.30
sabato su appuntamento

info +39 3311312576

Spazio Cima
Via Ombrone, 9 – 00198 Roma
Tel. 06 85302973
info@spaziocima.it | www.spaziocima.it


Street View
Andrea Marcoccia – Gian Paolo Rabito

a cura di Alessandro Trabucco

Con la tecnologia digitale è oggi possibile mappare visivamente quasi la totalità del pianeta per mezzo di una documentazione fotografica capillare capace di scandagliare anche i vicoli più nascosti. Una delle caratteristiche più utili ed importanti di Google Maps è infatti Street View, che offre l’opportunità di avere un’anteprima realistica di una zona di interesse, non ricostruita virtualmente ma documentata fotograficamente con un apparecchio in grado di riprendere con un’estensione ottica di 360° in orizzontale e 290° in verticale.
Possiamo affermare che un certo tipo di fotografia e di pittura di paesaggio abbia presagito questo avvenimento epocale intuendo con largo anticipo, come nella natura dell’arte, questa particolare evoluzione nella realizzazione delle nuove “cartine geografiche” del XXI secolo.
Gli artisti Andrea Marcoccia e Gian Paolo Rabito eseguono lavori che potrebbero essere interpretati come gli antesignani di Street View e Google Earth, partendo comunque entrambi da una volontà rappresentativa che affonda le proprie radici in certa pittura realistica americana e soprattutto nella fotografia urbana internazionale.
Che siano vedute a volo d’uccello degli agglomerati urbani delle megalopoli americane, o dettagli caratteristici di alcune facciate di architetture cittadine come negozi o abitazioni, le immagini dei due artisti sembrano restituire allo sguardo dello spettatore le atmosfere, le temperature, le sensazioni vissute nel momento stesso della loro presenza effettiva nel luogo ritratto, non tanto per una certa sensibilità descrittiva, quanto per un peculiare procedimento di “trasfigurazione cromatica”. Dipinti e fotografie ci presentano soggetti di vita quotidiana, colti in un momento qualsiasi della giornata, ma la particolare scelta dei colori conferisce loro una sospensione temporale quasi metafisica, come se quel preciso attimo racchiudesse in sé la quantità totale della successione di ogni singolo istante.

I lavori di Andrea Marcoccia rappresentano principalmente la città per antonomasia, New York, un soggetto ormai inflazionato e consumato dagli sguardi umani e da quelli meccanici ed elettronici delle fotocamere analogiche e digitali. Difficile quindi poterne cogliere aspetti inediti o particolari inosservati.
La soluzione che l’artista adotta per offrire, attraverso pittura e fotografia, una propria visione autonoma della città, è rappresentata dalla volontà di non farsi dominare emotivamente dal soggetto quanto di mantenere una distanza tangibile dalla scena rappresentata. Un approccio quasi antropologico che riflette sulle densità delle popolazioni urbane attraverso le proprie costruzioni architettoniche, dei giganteschi ed ordinati formicai che occupano lo spazio naturale e lo trasformano in continuazione.
Nei suoi dipinti Marcoccia delinea le forme che osserva sul supporto bidimensionale della tela, senza però cedere ad un realismo sentimentale e descrittivo, piuttosto sembra che le facciate dei negozi o le vedute dall’alto rappresentino un aspetto momentaneo colto nella sua essenza più pura, come congelato in un attimo irripetibile e non più riproducibile. In questo senso l’idea stessa di rappresentazione ritrova la propria funzione di documentazione visiva, ma rimane fissata perché “osservata”, cioè registrata e poi restituita allo sguardo.
Anche nelle fotografie le viste delle facciate degli edifici riportano alle immagini di Google Street View, ma l’atteggiamento dell’artista rimane legato sia alla tradizione dell’istantanea polaroid sia alle più attuali tecnologie digitali, ricorrendo allo scatto del telefono cellulare coadiuvato dall’utilizzo di quelle applicazioni, come Instagram e Hipstamatic, che permettono un disinvolto uso di filtri e di altri plug-in di fotoritocco cromatico. Il risultato finale è particolarmente evocativo degli effetti un po’ retrò delle foto anni ’70-’80, riuscendo ad ottenere delle dominanti di colore che riportano a quelle particolari e suggestive atmosfere.

Gian Paolo Rabito focalizza la propria attenzione proprio all’altezza dello sguardo umano, puntandolo sulle facciate architettoniche delle strade americane, come se cercasse di indagarne le qualità più importanti e gli angoli più caratteristici. L’artista sceglie di non rappresentare quasi mai la figura umana, preferendo piuttosto documentare gli effetti dell’antropizzazione dell’ecosistema. La costruzione architettonica è un riflesso delle azioni umane, ne è il fine e la conseguenza, è il simbolo stesso della trasformazione massiccia dell’ambiente naturale in spazio artificiale, adattato alle proprie esigenze vitali e alle proprie necessità evolutive.
In questo senso il lavoro di Rabito diventa significativo per le istanze sulle quali trova sostegno, un’indagine che da documentativa diventa, anche nel suo caso, più specificamente antropologica, perché attesta le trasformazioni e gli sviluppi del paesaggio urbano in funzione di una maggior intervento dell’uomo. Così come avviene oggi con i costanti aggiornamenti che Google apporta alle viste di Street View, dalle quali possiamo osservare come erano le strade alcuni anni fa, agli albori di questa tecnologia, e come si stanno pian piano trasformando col passare del tempo.
La sua pittura, di derivazione illustrativa, indugia in particolari minuziosi e dettagliati, in una sorta di realismo fotografico oggettivo ed imparziale. L’artista registra ciò che maggiormente colpisce la sua attenzione, indagando in modo approfondito contesti di per sé insignificanti se non per le caratteristiche peculiari che presentano, come insegne rotte di negozi o alcune imprecisioni o danneggiamenti strutturali degli edifici ritratti. Questa obiettività assoluta comporta quasi un totale distacco dai soggetti, una distanza visiva che caratterizza la verità stessa di una situazione colta senza una particolare partecipazione emotiva, ma solo perché interessante in quel momento e in quella circostanza.

In conclusione, esistono alcuni artisti internazionali che dedicano la loro ricerca proprio alla tecnologia specifica di Google Maps Street View, tra i quali possiamo ricordare il canadese Jon Rafman e l’italiano Marco Cadioli, mentre le opere proposte da Marcoccia e Rabito riattualizzano un genere classico della pittura e della fotografia del passato, non tanto come documentazione storica degli aspetti esteriori di un particolare ambiente (necessaria nei secoli precedenti l’avvento stesso della fotografia) quanto come presa di coscienza delle dinamiche che ne determinano cambiamenti, stravolgimenti ed evoluzioni.

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